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Margherita Chiara Immordino Tedesco con il Professor Tito Lucrezio Rizzo

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Intelligence: profili e attualità dal singolo alla collettività

Intervista al Professor Tito Lucrezio Rizzo

Tito Lucrezio Rizzo è stato Consigliere Capo Servizio e Titolare dell’Organo centrale di Sicurezza della Presidenza della Repubblica. Cinque volte Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha visto uscire di recente la sua ultima fatica editoriale, pubblicata da Aracne editrice, con il coinvolgente titolo "L’etica, soffio del Divino attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani" (Capi di Stato ed Arma dei Carabinieri).

Docente universitario ed Avvocato, ha insegnato presso la Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia e in vari Master di II livello, fra i quali quello in Scienze criminologico-forensi alla facoltà di Medicina di Roma La Sapienza. Vanta oltre 270 pubblicazioni, fra Studi, Saggi, Monografie (Nuova Antologia, Rivista della Guardia di Finanza, Libro Aperto, Ratio Juris...), numerosi articoli ed importanti interventi, tutti contraddistinti dall’originalità delle rigorose ricerche condotte, dall'efficacia della sintesi e dal raro nitore espositivo. Un suo libro in particolare, "Le ragioni del diritto" (2006), è stato tradotto in cinese e adottato dall’Università di Zhejiang.

Margherita Chiara Immordino Tedesco,  lo ha intervistato sul tema di spiccata attualità: i profili dell’Intelligence e le sue implicazioni sull'individuo e sulle comunità internazionali.

Buon giorno Professore, si sente sempre più spesso parlare – a proposito e anche a sproposito – delle opportunità e dei rischi legati alla cosiddetta Intelligenza artificiale, sia nella vita del privato cittadino, che nei rapporti delle comunità internazionali. Può aiutarci a orientarci nel merito di questa così vasta tematica e quindi a capire meglio di cosa si tratti?

La ringrazio innanzitutto della domanda, che mi consente già una preliminare quanto doverosa premessa. Oggi come ieri, i progressi connessi alla Scienza in genere e alla tecnologia in particolare, non sono intrinsecamente né buoni né cattivi, essendo per loro stessa natura eticamente neutri. Dipende perciò tutto dall'uso che se ne fa. Con un coltello si può tagliare del pane oppure uccidere il proprio vicino di casa. Per le tecnologie in specie, occorre essere avvertiti che, a fronte delle allettanti opportunità che offrono nel semplificarci la vita quotidiana, corrispondono altrettante possibilità di essere monitorati da remoto nelle nostre abitudini, nei nostri gusti, nelle nostre vulnerabilità… per non parlare del rischio di “lavaggi del cervello”, che si fanno tanto più pericolosi, quanto meno consapevolmente possono venir percepiti, con ricadute devastanti anche su quel libero discernimento che è alla base della democrazia.

Quali sono i mezzi attraverso i quali è possibile entrare “nella vita degli altri”, intesi sia come cittadini che come collettività?

La prima e più antica forma di informazioni è data dai contatti interpersonali, cioè dalla vita di relazione e dalla socialità, che si ha ad esempio anche solo ascoltando o interagendo nei comuni discorsi nei bar, nelle sale di attesa, nei circoli ricreativi e via dicendo. Va quindi osservato che la loquacità, soprattutto dei più sprovveduti, può considerarsi alla stregua di un’autostrada, anche per chi non ha fatto studi specialistici o esperienze come agente sotto copertura, per captare e raccogliere notizie, anche quelle che sarebbe opportuno restassero riservate. Se vuole a tale proposito una definizione attuale e valevole anche in ambito internazionale, le dico HUMan INTelligence (HUMINT), categoria definita dalla NATO come quella dell’Intelligence fornita e derivata da fonti umane. La si può dunque riscontrare tanto in un interrogatorio di controspionaggio, quanto in una registrazione di una conversazione o in un colloquio informale – all’apparenza casuali, ma in realtà strategici – dove contano anche indizi non verbali o, ancora, in un’intervista finalizzata. Il che non è detto che avvenga faccia a faccia, ma può verificarsi anche per via telematica e per comunicazione audiovisiva a distanza. Sono tutte circostanze, queste ultime, nelle quali l’interlocutore può essere anche inconsapevole del proprio coinvolgimento, che è invece sostanziale nell’identificazione di dettagli informativi che potrebbero sembrare quasi irrilevanti. Se preferisce poi una definizione meno eufonica e più “casereccia”, possiamo tornare a parlare più prosaicamente anche di semplici pettegolezzi. Una volta i portieri e le domestiche, le parrucchiere e i barbieri… – absit iniuria verbis – erano una fonte inesauribile di notizie, magari anche interessanti, ovviamente se distillate e ripulite dalla zavorra delle fantasticherie aggiuntive. Vi è poi un settore in prodigiosa diffusione, costituito dall’Intelligence dei Social Media (SocMInt), che necessita di specifici talenti e competenze nel campo dell’interpretazione psicologica, accanto a professionisti della progettazione di programmi “semantici”, in grado di monitorare e analizzare milioni di conversazioni on line. Ad esempio, dettagli a prima vista innocui (un’opinione espressa anche in modo implicito, le immagini di un viaggio o di una vacanza, un semplice incrocio di numeri telefonici...), possono celare persino contatti tra cellule terroristiche apparentemente inattive oppure vere e proprie opere di indottrinamento subliminale e di arruolamento di giovani da parte dell’ISIS o di reti anarco-insurrezionaliste.

Possiamo avvalerci di appositi strumenti per prevenire una così ampia gamma di interferenze non gradite?

Possono essercene vari, ma dobbiamo in primo luogo considerare anche quella che è ritenuta già un’utilissima fonte di informazioni di pubblico accesso, data dalle agenzie di stampa, dai libri e dai mezzi di comunicazione di massa, come Internet, la televisione, la radio e così via. Sono difatti utilizzabili da chiunque, ma, per chi le sa decifrare, nell'oceano dei loro flussi incessanti di notizie formalmente “neutre”, possono invece nascondersi dei significati reconditi, che degli specialisti sono capaci di interpretare, per mezzo di mirati ragionamenti logico-induttivi. Parliamo qui della raccolta di informazioni tramite Open Source INTelligence (OSINT) ossia della cosiddetta Intelligence delle fonti libere.

Può parlarci dei principali attori protagonisti della Rete?

Lo sono non solo gli individui e le Nazioni, perché oggi operano anche delle soggettività non statuali, dotate di un patrimonio tanto virtuale quanto effettivo, in grado di esercitare una quanto mai pervasiva e persuasiva intrusività nelle coscienza dei singoli. Mi riferisco ai giganti della Rete, come Google o Facebook, che possono manipolare informazioni e dati su una scala pressoché globale ovvero su miliardi di individui, con il pericolo di un altrettanto mastodontico “Pifferaio di Hamelin”, capace di condizionare le menti, facendole precipitare nel baratro di un totalitarismo “dolce”, dove all’uomo-cittadino si sostituisce il burattino eterodiretto. Un tale scenario segnerebbe la fine della democrazia, della civiltà, della coscienza collettiva e così della consapevolezza individuale.

Esistono degli strumenti specifici e non solo occasionali, per difendersi da tali “nemici”, nelle loro variegate fisionomie ed espressioni?

Innanzitutto la IMagery INTelligence (IMINT) ossia la raccolta di informazioni mediante fotografie aeree, da satelliti, aerei e droni, della quale si possono rintracciare le più remote origini già un secolo fa. Basti considerare che l’aviazione nacque in Italia nel 1911, durante la campagna di Libia, dove si effettuarono in terra nemica dei voli di guerra, come di ricognizione. Oggi possiamo fruire di strumenti avanzati nello spazio aereo, come appunto i satelliti e i droni. I primi, con un’incommensurabile portata di monitoraggio e capacità di interconnessione delle comunicazioni, sia in campo civile che militare. I secondi, con eccezionali opportunità ricognitive, fotografiche o addirittura di attacco senza pilota a bordo, comandati da cabine di regia a migliaia di chilometri di distanza dall'area di operazione. Ricordiamo che circa un anno fa, a causa del tuttora misterioso, ma certamente deliberato disturbo da essi provocato, sono rimasti paralizzati prima il secondo aeroporto della Gran Bretagna, Gatwick, in tilt sotto Natale e per diversi giorni e poi, a gennaio e per ben quasi un’ora, l’intero traffico del principale scalo europeo, l’aeroporto londinese di Heathrow.

A questa gamma di possibilità di raccolta informativa, concorre anche la SIGnals INTelligence (SIGINT), vale a dire l’acquisizione di informazioni intercettando i segnali elettromagnetici ovvero le comunicazioni radio, radar, gli impulsi elettronici di altri Stati o di realtà “fluide”, come le organizzazioni terroristiche sovranazionali. La più tragicamente nota è la già citata ISIS, oggi ridotta sì a una consistenza territoriale assai limitata, ma purtroppo tuttora dotata di devastanti potenzialità da non sottovalutare. Va qui infine menzionata anche la TECHnical INTelligence (TECHINT), che è la raccolta di informazioni rivolta nello specifico alle armi e agli equipaggiamenti militari.

Qual è in Italia l’organismo istituzionalmente preposto a proteggerci dalle intrusioni esterne, sia come collettività che come singoli?

Il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), il cui Direttore generale è nominato direttamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri (detto “Decisore”), dal quale Dipartimento dipendono le due Agenzie operative che si occupano della dimensione interna (AISI) ed esterna (AISE) della Sicurezza nazionale. Dette strutture, in base alla legge 124/2007, sono deputate a garantire l’indipendenza della Repubblica, la salvaguardia delle Istituzioni democratiche, la protezione degli interessi politici, economici, industriali, militari e scientifici, nonché la Sicurezza cibernetica. A far data dal 2018, il DIS ha potenziato il Nucleo di Sicurezza cibernetica, per proteggere i sistemi informatici pubblici e privati.

In ultima analisi, l’Intelligence non è dunque la suggestiva attività che è stata trasmessa all'immaginario collettivo dai film di James Bond, bensì una tanto più silente quanto più efficace forma di tutela dello Stato, per garantirne la Sicurezza, l’indipendenza, l’economia, come anche per orientare i Decisori politico-istituzionali su scelte strategiche cui è ancorata la crescita morale e civile della Nazione intera. A tal fine, nel nuovo millennio sono state messe a punto sinergie con le Università e con gli Enti di Ricerca, in un’ottica necessariamente interdisciplinare, per cui si sono attivati corsi di Laurea, Master e attività seminariali che, oltre ad allargare il Sapere alle nuove frontiere aperte dal mondo informatico, generano un’area di reclutamento di talenti da assumere nel settore della Sicurezza nazionale.

Quali sono i campi fondamentali nei quali deve operare il Dipartimento da Lei appena citato?

Non più e non solo quello dei segreti militari, bensì quello dell’intero “Sistema-Paese”: una realtà complessa che va difesa e seguita nella sua crescita economica, civile e culturale, che include necessariamente il mondo imprenditoriale pubblico e privato, contro lo spionaggio industriale. Ogni assetto del vivere civile va pertanto tutelato, per cui le vie di comunicazioni aeree, navali, ferroviarie, stradali, radio-televisive, cibernetiche, le Banche… Rientrano appunto nel piano di sviluppo e di protezione tutte le infrastrutture critiche, come le Reti energetiche, gli Acquedotti e i Porti. Il complesso del citato Sistema-Paese, può essere attaccato nella sua globalità, come nei singoli soggetti, attraverso malware (virus digitali) o ransomware (quelli con la richiesta di un riscatto, appunto ransom), quando un’organizzazione viene colpita e paralizzata per via telematica.

Come non ringraziarLa anche per questa sua eloquente e nitida illustrazione dell’opera preziosa dei nostri invisibili “angeli custodi”?

Sono io che ringrazio Lei per il risalto di cui si è voluta far da tramite per tale, continua e indefessa opera silente e discreta, a cura di coloro che ci difendono tutti, nell'adempimento di quella “religione del Dovere”, che si auto-appaga nella kantiana consapevolezza di agire per il fine superiore del Bene comune.